Disobbedienza e Libertà

 

Goethe ha dedicato a questi due concetti la sua più importante opera drammatica: Faust. Nella prima parte, Faust ha studiato molto, dalla medicina alla teologia, ma tutto il suo sapere scoprirà non dargli le risposte tanto desiderate sul senso e la verità del mondo. Sperimenterà così, in una sorta di crisi di autocoscienza, il percorso verso le verità più profonde della vita e tale percorso sarà evolutivo solo nella misura in cui egli sarà disposto a riconoscere il male come parte della propria evoluzione animico-spirituale. Ciò, è rappresentato nell’estetica poetica, come la vendita della propria anima al Male, cioè al demone. Faust sperimenta come il Male è il suo stesso sangue, ma in esso implicitamente vive anche la possibilità del bene.

L’evoluzione verso la Libertà non può prescindere, essendo essa stessa quintessenza dell’essere umano, da un confronto con il male.

Questa considerazione è funzionale  a qualsiasi dialogo che sia finalizzato alla comprensione e al contempo al perdono rispetto alle difficoltà che incontriamo nel nostro cammino evolutivo. Comprensione e perdono sono il comune denominatore della libertà e della responsabilità. Non dovrebbe accadere che si suggerisca ad un altro ciò che “si può o non si può fare”, piuttosto si dovrebbe prima verificare di che tipo si responsabilità ci si può umanamente farsi carico.

Cosa è la responsabilità?

La responsabilità è la “possibilità di prevedere le conseguenze del proprio comportamento e correggere lo stesso sulla base di tale previsione“, così la definisce Nicola Abbagnano nel Dizionario di Filosofia, UTET. E di responsabilità si permea tutto il pensiero del diritto, della filosofia morale, della finanza, assumendo diverse accezioni a seconda dell’ambito assunto.

Se da un lato la responsabilità si coniuga con la libertà a cui è intrinsicamente legata, è pur vero che non può sussistere se non nella limitazione della libertà stessa. In altre parole, una persona può essere “responsabile” solo se si trova in una situazione di “limitatezza della propria libertà” . Le sua azioni saranno vincolate ad una scelta che sarà soppesata sulla base delle possibili  conseguenze della scelta stessa.

Disobbedienza come libertà

La storia dell’uomo ha inizio con la disobbedienza. La prima che ricordiamo è quella contro cui si imbattono Adamo e Eva contro l’imperativo divino che obbliga loro a non cogliere il frutto dall’albero della conoscenza. Cedendo però alle lusinghe della sfida e della curiosità, che appartengono all’essere umano molto più di quanto non si pensi, essi si privano del privilegio di vivere nell’Eden una vita senza troppi intoppi, senza sfide da affrontare e nemici da vincere, per viverne una fatta di libertà. Libertà di autodeterminarsi, di divenire responsabili del proprio destino. Quello di Adamo ed Eva è il primo mito dell’Homo faber fortunae suae, che si può ben accostare ad un altro mito col quale condivide lo stesso comune denominatore : la ricerca della libertà. Il titano Prometeo, aveva astutamente sottrato il fuoco a Zeus donandolo all’umanità affinchè essa potesse progredire. Una volta scoperto, l’ira di Zeus non si fa attendere. E’ così “legò Prometeo dai vari pensieri con inestricabili lacci/con legami dolorosi, che a mezzo di una colonna poi avvolse/ e sopra gli avventò un’aquila, ampia d’ali che il fegatogli mangiava mortale” (Esiodo, Teogonia, 521-525).

E’ solo nella disobbedienza che si realizza il soggetto, inteso come essere libero e indipendente, portatore di un proprio sentire e di una propria missione.

La disobbedienza è dell’Uomo

La disobbedienza è una prerogativa dell’uomo: non appartiene infatti a nessun altra specie se non all’uomo. Non esiste disobbedienza nel mondo animale se non nella sua forma basica legata all’istinto di sopravvivenza. Solo l’uomo può disobbedire anche quando i suoi istinti di soppravvivenza non sono messi in pericolo. Lo fa quando gli ordini calati dall’alto dell’autorità percepita come tale, fanno attrito con il suo essere, la sua natura, il suo intimo sentire.

Essendo l’uomo un “essere dissenziente” (Heidegger, Essere e Tempo) la sua natura andrà sempre a scontrarsi sulla struttura rigida dell’ordine imposta da un potere dominante. Il primo potere dominante è senz’altro la famiglia, nella figura del padre e della madre. Da essi arrivano gli ordini, le regole precostituite e quasi mai rese condivisibili dai figli, da essi arriva quell’ordine socialmente stabilizzante che struttura la famiglia come nucleo primario della società. Ed è nell’adolescenza, proprio quando l’esigenza di affermare se stessi, di sperimentarsi e di sentire la libertà, che questa struttura viene messa in discussione. Si parla a proposito di adolescenza di “età difficile”, essento proprio l’età della disobbedienza per eccellenza, l’età in cui la spinta animica alla libertà  e all’autoaffermazione spinge contro la rigidità di un mondo preconfezionato di regole borghesi limitanti.

Se l’assenso è sempre un atto passivo, non si concretizza in azione, il dissenso è invece azione pura. Non permette la passività dell’accettazione incondizionata dell’ordine, è movimento, è atto creativo, dà forma e vita al pensiero soggettivo.

Quel “dire di no” è la disobbedienza che si fa azione e rivela il soggetto nella sua forma più intima. La disobbedienza non si esaurisce nel rifiuto dell’ordine e delle regole precostituite, non è sola opposizione sterile al potere, non è distruzione, non è disordine. Al contrario essa è atto creativo, costruzione, elaborazione, distrugge per costruire, nega per affermare.

“La libertà fa paura quando non si è più abituati ad utilizzarla.”
-Robert Schuman-

Aprire la gabbia

La gabbia è per l’uomo la sua “confort zone”, quella zona familiare in cui sentirsi protetti, al sicuro, in cui la routine agisce al posto loro. Gli uccelli nati e cresciuti in gabbia, vi rimangono anche se la porta è aperta. Potrebbero volare via, ma non ne sono capaci. La loro volontà al pari delle loro ali si è rattrapita sotto il peso dell’alienazione. Anche noi uomini siamo nati liberi, con la possibilità di dirigerci verso ciò che più desideriamo, verso la libertà dell’autodeterminazione, ma per vari motivi, l’educazione familiari, l’influenza sociale, preferiamo rintanarci nella nostra “confort zone”. Ci siamo mai chiesti se siamo veramente liberi? Quando abbiamo dissobbedito l’ultima volta, e come ci siamo sentiti? Per aprie la gabbia, ci vuole coraggio. Il coraggio di volare oltre, di volare alto udendo appena le voci giudicanti che dal basso ci giudicano, ci accusano, ci insultano, ci aggrediscono. Vivere dentro la gabbia, è sempre una scelta mai un destino. Chi lo fa, si priva della possibilità di sapere che il mondo la fuori è pieno di possbilità e sfumature.

Chi non si chiede se sarà mai in grado di volare, non vivrà  mai la Libertà di compiere la propria missione.

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